• Andrea Dallapina

Giornosofia 23 - B come Bambino

L’abbecedario a ritroso di Giornosofia si avvicina al termine giungendo alla B come Bambino, termine ricco di consonanti labiali, le prime a essere pronunciate e a generare babbo, mamma, bimbo.

Il bambino è l’essere umano sulla soglia del linguaggio. È l’umano che nel dialogo si costruisce una grammatica, crea significati fatti d’inclusione ed esclusione. Il bambino gioca e secondo alcuni nell’etimologia di gioco c’è anche il significato di scagliare. Perché giocare è farsi strumento con il proprio corpo o rendere strumento un oggetto del mondo. Trasformare in strumento è l’atto per misurare, prendere le distanze (misurare se stessi e ciò che ci circonda, i genitori, gli amici, la natura). Nella nostra Giornosofia non sono elementi nuovi. L’abbiamo già detto e scritto, non c’è innocenza perduta, non c’è età dell’Oro. Nel bambino (o nel "buon selvaggio") non c’è una morale che viene corrotta dall’adultità o dalla civiltà.


Più semplicemente il bambino è al di là del bene e del male, perché ha degli istinti che solo attraverso la comunità del linguaggio, dotandosi di strumenti, si trasformano in desideri, passioni, obiettivi. Un percorso che inizia ben presto nell'età evolutiva: da quando si inizia a parlare, l’essere bambini è una transizione. Perciò potremmo dire che restiamo sempre in parte dei bambini, poiché il gioco del linguaggio (il nostro identificarci e farci identificare dalla comunità, ciò che facciamo e ciò che viene fatto nel nostro nome, l'apprendere l’uso di strumenti) prosegue per tutta la nostra esistenza.


Concretamente, come si traduce questa dimensione del bambino che è in noi in una pratica di vita quotidiana che assuma la responsabilità della propria esistenza senza rinunciare all’incoscienza evolutiva di un bambino? Detto più semplicemente: si può essere degli incoscienti responsabili?


E se l’unica strada per la responsabilità fosse proprio l’incoscienza, se per coscienza intendiamo l’autocoscienza, l’Io. Avere un Io aperto, come quello in formazione del bambino (in grado di opporre il no risoluto e capriccioso a un genitore e al contempo di abbracciare uno sconosciuto), può forse essere una via per un’assunzione di responsabilità collettiva? Cioè per smontare o sospendere le sovrastrutture, i pregiudizi sociali, culturali, ideologici?


La questione non è: i bambini sono buoni, perché in realtà ai nostri occhi i bambini possono essere anche spietati. La questione è i bambini hanno perso l’Uno, l’unità simbiotica con la madre e sono gettati nella differenza del linguaggio (la parola che dice non è la stessa cosa che nomina). Questo fatto banale viene poi dimenticato, e quotidianamente usiamo il linguaggio per dire le cose. Con il risultato che pensiamo che le cose sono come le diciamo.


Tornare bambini significa assumersi la responsabilità di dire sapendo che parlare è un azzardo, un’invenzione, è una costruzione intersoggettiva, comunitaria. Fuor di metafora, significa aprirsi al dialogo non come lotta dialettica, ma come gioco. Il gioco come evoluzione del conflitto con il diverso.

Ciò non significa che il gioco non possa avere conseguenze tragiche, perché nei giochi a volte si vince e a volte si perde (persino la vita). Ma solo giocando si può pensare che l’avversario (umano o meno che sia) ci è indispensabile per continuare a giocare (cioè a dare senso alla nostra esistenza). Annientarlo ci consegnerebbe infatti al deserto.


Quale esercizio filosofico proporre per la B come Bambino? Il lipogramma. Cos’è? Un gioco di parole (letteralmente "lascio lettera") nel quale occorre realizzare un testo senza utilizzare una lettera. Ci sono esempi famosi, da Perec a Eco, di scrittori che si sono cimentati in tal senso.


La nostra variante è quella di trasformare il lipogramma in una sfida. Come? In due o in gruppo provate a realizzare una conversazione decidendo di non pronunciare mai una lettera. Chi la pronuncia perde. Per questo occorrerà attingere a giri di parole, sinonimi, licenze poetiche e così via.


Il risultato? Tornare a parlare con l’attenzione che si prestava da bambini, quando ogni nuova parola era una scoperta oppure dovevamo fare attenzione a non confonderle. Come l’amico che per tutto l’asilo cantò Bella Ciao convinto fosse un inno al formaggio stagionato, intonando di voler morire da "parmigiano". O forse si burlava di noi giocando a un lipogramma senza la "T".


Vi aspetto alla A. Buon lipogramma.

Il video di Giornosofia 23, più o meno le stesse cose dette alla videocamera.


Il podcast di Giornosofia 23 - B come Bambino lo trovate qui assieme agli altri.

#giornosofia #bambino #lipogramma

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